Quell’arte del ferro battuto, rigido metallo piegato all’armonia estetica dell’uomo.

Quelle stesse foglie lavorate che spingevano Bruce Chatwin a collegare mentalmente la sponda di un carretto da funerale sudamericano con una cancellata nobiliare del Galles. I dettagli che raccontano tutto.

Poi arrivi, per caso, in fondo ad una strada di Ispica e lo sguardo si alza verso quella potente “B” in cima alla cancellata di ferro. Imponente ed elegante, evoca nobiltà passata e bellezza presente. Nel cortile un obelisco egizio protetto da alte mura e piccole statue guardiane.

Mille dettagli di pietra contro un blu che fa male.

Il citofono ha due nomi che evocano tutta la Sicilia: don Pietro, autista.

Lo immagini, “don Pietro”, erede di principi e tradizioni, gattopardi e malavoglia, eleganza e onore. Se mantiene così la proprietà l’eleganza non l’ha mai abbandonato.

Immagini l’autista che lava con cura l’auto d’epoca per il signore. O magari cena con don Pietro ed escono insieme con la 500 cabrio.

Quel ferro battuto di forza ed eleganza, la difesa dall’esterno senza rinunciare alla bellezza.
Cicale non smettono mai, meriggiare pallido e assorto.

Osservi in silenzio perché solo così si può assorbire tutto il possibile, e ti riempi di suggestioni che porterai con te. Per sempre.

In Sicilia si dovrebbe pagare un biglietto chilometrico per tutta la bellezza che ogni visitatore ha il diritto di portarsi via. Un tot al chilometro percorso durante il viaggio.

Con lo sconto per la cartellonistica demenziale.

 

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