Gli antichi borghi italiani hanno almeno un paio di caratteristiche in comune: gli anziani seduti ad ascoltare il tempo che scorre e il silenzio delle grandi pietre lisce dei selciati e delle mura quando scende la sera.  Più umili le prime, un po’ più altezzose le seconde, ma tutte sono silenziose perché non hanno più molto da raccontarsi. Dopo tanti secoli in cui hanno visto artisti, guerrieri, scienziati, popolani e signori spalmare le loro storie sulla loro eterna superficie, oggi si annoiano perché non succede più niente. E quindi, anche loro, aspettano in silenzio.

Teresa ed Antonio sono in custodi di un piccolo gioiello medievale perfettamente ristrutturato alle pendici dei monti Sibillini, nella Val Nerina: il Castello di Campi. In questi anni hanno risistemato tutto curando in modo maniacale anche i minimi dettagli e il recente terremoto non ha fatto cadere una sola pietra tanto erano messe bene tra di loro.

Dalla terrazza porticata osservi la vita che rallenta nella valle come assistendo alla proiezione di un film in 6D, tanti sono i sensi che vengono stimolati, quello della fantasia incluso. Poi, appena arriva un viaggiatore curioso, le pietre dei palazzi smettono di essere silenti ma iniziano a raccontare storie e aneddoti divertenti dei tempi passati, quando i signori del 1500 impegnavano i loro averi al Monte di Pietà e lavavano nel sangue le offese ricevute. Del sangue versato nei duelli e delle drammatiche storie che li hanno provocati sono, ovviamente, maggiormente esperte i lastroni delle strade ma anche quelle degli angoli dei palazzi potrebbero sorprendere.

In pochi vi giungono per ascoltarle, soprattutto con accenti stranieri. Eppure le lastre di marmo su cui suole di diverse fattura si posano da centinaia di anni, mica sono razziste; parlano volentieri con tutti e si fanno un baffo delle barriere linguistiche.

Vogliono bene ai 15 residenti del borgo ma si annoiano un po’ ad ascoltare sempre le loro vicende e, in fondo, si sono detti già quasi tutto. Attendono invece con impazienza di avere l’intero mondo a disposizione per raccontare i tanti segreti gelosamente custoditi.

C’è una legge, passata alla Camera e adesso arrivata in Senato che si occupa proprio di loro. Prevede un centinaio di milioni di euro ma soprattutto banda larga e norme più snelle, come quella per gli alberghi diffusi, per 5.500 paesi le cui pietre vogliono tornare ad essere protagoniste. Speriamo venga approvata velocemente, ma il giorno dopo toccherà a noi rendere essenziale per un viaggiatore, italiano e straniero, fare visita ai nostri selciati eterni. Essenziale per lui, perché si dovrà domandare come ha fatto a vivere fino a quel giorno senza conoscere queste bellezze dimenticate.

Toccherà a noi creare validi motivi per attirare i nuovi visitatori. Altrimenti i nostri borghi resteranno nuovi sterili musei a cielo aperto, meravigliosamente ristrutturati e iperconnessi con il mondo, ma senza nulla di affascinante da dire.

Non basta essere belli per sedurre fino in fondo, bisogna restare ad alto livello anche quando si apre la bocca e le nostre storie non temono rivali.

Dobbiamo imparare a narrare la nostra storia, così come la racconteremmo ad un amico che ci viene a visitare. Dobbiamo diventare narratori di noi stessi quali testimoni del nostro passato. Ed imparare a farlo per tutti i viaggiatori del mondo.

Sarebbe interessante vedere cosa accadrebbe se i borghi italiani si specializzassero in una narrazione identitaria specificatamente dedicata al tipo di viaggiatori che si vogliono attrarre, differenziandosi per fasce di età e provenienza geografica.

Creare un albergo diffuso non significa solo offrire delle belle stanze sparpagliate per il borgo, ma anche aprire la propria giornata ad un visitatore che ci paga per condividerla. Magari partendo da un piatto di pasta fatto nella maniera tipica del posto, insegnando come farlo per permettere di replicarlo a migliaia di chilometri di distanza. Spingendo così altri a volerla scoprire.

Conoscere qualche parola di cortesia in giapponese non danneggerà certo la nostra autonomia culturale ma servirà per far sentire a proprio agio la coppia di nuovi arrivati che ha attraversato il pianeta per conoscerci meglio, per vivere qualche giorno con noi, per scoprire e condividere la nostra quotidianità intrisa di tradizioni secolari.

Il resto lo faranno la nostra magia di parlare con le mani e l’infinita potenza narrativa dei nostri cibi, delle nostre bellezze e delle nostre tradizioni.

E delle nostre pietre. Perché quando i borghi si riempiranno nuovamente di voci, risa e sussurri pronunciati in tanti dialetti e lingue diversi, anche le pietre, la sera, non saranno più così silenziose ma avranno qualcosa da raccontare e raccontarsi.

chiacchiere-di-pietra-01
chiacchiere-di-pietra-05
chiacchiere-di-pietra-08
chiacchiere-di-pietra-09
chiacchiere-di-pietra-10
chiacchiere-di-pietra-11
chiacchiere-di-pietra-12
chiacchiere-di-pietra-13
chiacchiere-di-pietra-16
chiacchiere-di-pietra-17
chiacchiere-di-pietra-18
chiacchiere-di-pietra-25
chiacchiere-di-pietra-27
chiacchiere-di-pietra-28
chiacchiere-di-pietra-29
chiacchiere-di-pietra-30
chiacchiere-di-pietra-31

Commenti

commenti